Chiesa di S. Lucia - Alla scoperta di Civitella Roveto

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Chiesa di S. Lucia

Fatti un giro...

Le notizie storiche non si trascinano, purtroppo, molto indietro negli anni. Il materiale raccolto: una foto, qualche stralcio di documentazione storica, ma soprattutto ricordi degli abitanti, ci permette di affermare che, eretta "dentro la Civitella", nel punto più basso della sua estensione montana, fu completamente distrutta a seguito del terremoto del 13 gennaio 1915.
Il terremoto lesionò la volta della Chiesa, ma non la distrusse.
Benché potesse essere sostituita da un semplice soffitto, come risulta da un'istanza presentata da trentadue cittadini membri della confraternita del SS.mo Sagramento, alla quale aderirono anche circa duecento confratelli analfabeti, la Chiesa di S. Lucia fu definitivamente rasa al suolo di lì ad un anno, poiché l'Onorevole Erminio Sipari, all'epoca sottosegretario al Ministero dell'Interno, rispose all'appello, specificando che i finanziamenti statali erano esclusivamente destinati alle Chiese Parrocchiali danneggiate dal sisma.
La Chiesa di S. Lucia, non essendo Chiesa Parrocchiale, fu così demolita.
Quella che oggi noi vediamo, su progetto dei Sig.ri Gino Gentile e Giovanni Lo Re, è frutto della volontà dell'attuale parroco: Don Franco Geremia, che ha riportato in luce una Chiesa altrimenti morta per sempre.
L'unica foto a nostro attivo, probabilmente scattata nella metà degli anni sessanta, ci mostra una croce di ferro su un piedistallo in pietra poco visibile. I ricordi, tornatici d'aiuto, ci ha permesso di associare quella croce con quella che è ancora oggi posta accanto alla Chiesa "Divae Luciae Dicatum", fatta dal Sig. Romolo Persia, su una lapide murata a mattoni, sopra il muretto di recinzione della Chiesa che fu.
Sulla lapide sottostante la croce di ferro, sulla quale è stato successivamente posto anche il Cristo, è inciso:

RICORDO
DELLA MISSIONE
DEI PP. PASSIONISTI
11-24 FEBBRAIO
A.D. 1971


Essa ci afferma che la Missione dei PP. Passionisti ha offerto alla parrocchia ed al paese tutto il suo aiuto.
La Chiesa è piccolina e semplice. Un'unica navata raccoglie circa trenta posti a sedere, lo "Altare a testa di pesce", in marmo, si erige al centro, ed il "Tabernacolo", in ferro, è sulla curva schiena muraria, sull'Abside, sul retro dell'altare. Un'esigua sacrestia è collocata alla sinistra dello stesso, ed il marmoreo "Acqua Santiera", di liscia manifattura, è alla sinistra dell'ingresso.
Un meraviglioso mosaico, raffigurante la Santa in veste rossa e manto blu, e recante in mano un piatto d'argento con gli occhi, a grandezza umana, è stato realizzato alla destra dell'altare. Nel 1995, di rimpetto al mosaico, fu posizionato anche un quadro ad olio, di più grandi dimensioni umane, raffigurante S. Giorgio a cavallo che uccide il drago con una lancia, dipinto dal Sig. Marco Sciarra. Una piccola statua di S. Lucia è poi posta su una mensola sopra il Tabernacolo nella parte superiore dell'Abside, detto 'Catino Absidale', a quarto di sfera o mezzacupola.
Essa reca anche un secondo piano con balcone in muratura dove, generalmente, pernottavano i Boy Scout, le Bande d'oltre regione, i gruppi missionari, e chi, viaggiando, chiede cortesemente ospitalità per una notte.
Un terrazzo, infine, le fa da tetto, ed una balaustra a mattoni di Cortina rifiniscono la facciata. Una madonnina poi la simboleggia in alto.
Nel paese si usa onorare la Santa, proclamando la parola in un "Triduo" antecedente la sua festa: 11-12-13 dicembre. Per il resto dell'anno la Chiesa è aperta ai fedeli.
La Chiesa ha avuto una profonda ristrutturazione. Causa un'infiltrazione d'acqua dal terrazzo, i lavori che sono stati svolti pochi anni fa Hanno inciso radicalmente sulla facciata che gli abitanti di Civitella Roveto erano abituati a vedere.
Due colonne di mattoni ai lati della facciata, mentre altre due colonne angolari sono state erette nella lieve sporgenza. Un portale di marmo, ed un più adatto portone in legno, la saluta dall'esterno, ed una bussola raccoglie i fedeli e protegge l'ambiente interno dalle intemperie, che è rimasto invariato.

Vita e Martirio

Vaghe e frammentarie sono le notizie riguardanti la figura di S. Lucia tramandateci dagli Atti greci e latini. Della sua vita e del suo martirio, troviamo informazioni solo nelle memorie lasciate da S. Gregorio Magno nel "Sacramento" e nello "Antofonario", vissuto nel VI sec., ed nel poema in versi "De Laudibus Virginum" di S. Adelmo, vissuto nel VII sec. Benché non si conosca la data esatta della sua nascita, una dettagliata narrazione della vita, del suo martirio, del suo dialogo con Pascasio, la leggiamo nella "Passio" latina, ed nel più antico Martyrion greco, detto Codice Papadopulo.
Nacque a Siracusa sotto la reggenza di Diocleziano, da padre Lucio e madre Eutychie o Eutichia, intorno al 283. Il nome del padre lo si desume da una norma romana che vigeva all'epoca ed imponeva il nome del padre alle figlie. Il nome della madre è invece certo.
Siracusa era la più grande città della Sicilia di quegl'anni. Si chiamò dapprima "Ortigia", dal nome dell'isolotto su cui sorse, poi "Siraka" (nome fenicio dal significato di "luogo orientale"), dal nome di una vicina palude. Colonia di Corinto, fu fondata intorno all'VIII sec. a.C., come testimoniano ancora oggi: l'Anfiteatro, l'Ara dedicata alla Dea Minerva, il Teatro Sepolcrale, le Latomie (cave di pietra), la Fortezza, i resti di Templi e Catacombe.
Centro dunque di raffinata civiltà, vi fiorirono le Arti e le Lettere, poeti e filosofi, come Eschilo e Pindaro, fin tanto che smosse la rivalità della città di Atene al punto da muoverle contro una guerra, che però perse. Fu Siracusa, in quegl'anni, a dominare il Mediterraneo, raggiungendo il massimo splendore con Dionigi il Vecchio che le donò un meraviglioso periodo di pace, ed una gloriosa vittoria su Cartagine, come ricordato dalla Prima Guerra Punica, che la vede alleata a Roma. Nel 214 a.C. il Console romano Marcello assediò Siracusa, e nel 212 la conquistò. Benché rimase come capitale dell'isola, Siracusa, sotto la dominazione romana, iniziò a declinare architettonicamente e culturalmente a poco a poco.
Divenuto Imperatore nel 285, Diocleziano dovette da subito affrontare le profonde crisi economiche e sociali di Roma e le minacce di un grave disordine politico e militare. Emise, a tal fine, nuove monete per impedire il rialzo dei prezzi, e rafforzò i confini dell'Impero, minacciati dai barbari che permanevano alle frontiere in cerca di terre, e cercò di frenare la depauperazione del potere imperiale fondando il sistema della Tetrarchia, in base al quale il potere stesso fu suddiviso in: due Imperatori detti "Augusti" e due 'vice' detti "Cesari", successori dei primi.
Tutti e quattro avevano uguali responsabilità delle frontiere, ed erano tenuti a collaborare tra loro per salvaguardare quell'unità tra Oriente ed Occidente, troppe volte vista come incapace d'esistere. Diocleziano e Valerio Massimiliano ebbero così il titolo di "Augusto", Galerio Gaio Valerio e Flavio Costanzo Cloro (padre del futuro imperatore Costantino) ebbero il titolo di "Cesare". Diocleziano si stabilì a Nicomedia, riservandosi il potere dell'Oriente, Galerio Gaio Valerio ebbe le province danubiane e la Grecia, Flavio Costanzo Cloro si stabilì a Treviri a controllare la Gallia e la Bretagna, e Valerio Massimiliano governò da Milano il resto d'Occidente.
Siccome nel diritto romano esisteva un decreto dell'Imperatore Traiano che vagamente stabiliva: "I Cristiani non son da ricercare: denunziati e convinti si devono punire", temendo che i principi del cristianesimo potessero indurre i soldati ad abbandonare le armi, Galerio convinse Diocleziano, che aveva mostrato tolleranza ai cristiani, della pericolosità della religione. Ebbe così inizio, con gli editti di Nicomedia del 303 e del 304, una feroce persecuzione contro i Cristiani. Questi prescrivevano che i cristiani non potessero godere d'alcuna distinzione o carica onorifica, dovessero essere sottoposti ad ogni genere di tormento, indipendentemente dalla classe sociale di appartenenza, si proibiva loro di poter agire legalmente se fossero stati fatti oggetto d'ingiurie o avessero subito adulterio o furto, e si negava loro qualsiasi diritto di libertà e di difesa. Lucia fu una della vittime.
Discendente da nobile casato siracusano, Lucia perse il padre quando era ancora piccola, pressappoco cinque anni. Cresciuta in compagnia della sola madre, e secondo i lodevoli insegnamenti dediti alla rettitudine, alla pietà e alla carità, non condusse, benché ricca, la vita oziosa e spensierata dell'ambiente patrizio dell'epoca.
A causa di una grave emorragia di sangue, che non dava nessuna speranza di vita ulteriore alla madre Eutichia, Lucia pensò di recarsi nella non lontana Catania per pregare sulla tomba di Sant'Agata, e sperare in una grazia di pronta guarigione.
Agata era una bella e ricca fanciulla morta martire su desiderio di Quinziano, prefetto della Sicilia, al tempo delle persecuzioni di Decio Imperatore: 5 febbraio 231 d. C.
Lucia e la madre giunsero a Catania probabilmente il 5 febbraio 301, per renderle omaggio nel giorno della sua festa (morte). Assistettero dapprima alla funzione religiosa e, all'udire il Vangelo di Matteo, lì dove parla della guarigione di una povera donna emorroissa al semplice tocco della veste del Signore, Lucia ebbe l'illuminazione di far toccare il sepolcro di sant'Agata alla madre nell'attesa che il miracolo accadesse.
Chinate innanzi al sepolcro, Lucia iniziò a pregare fervidamente e, nella preghiera prese sonno. In quel dormire ebbe la visione di Sant'Agata che, rassicurandola sulla salute della madre, le predisse che lei sarebbe stata la martire di Siracusa così come essa stessa fu per Catania.
Fu in quei momenti che Lucia decise di dare voce alla sua vocazione e al suo nascosto volere di rendere il suo corpo a Dio e a nessun altro uomo, e lo rivelò alla madre.
Tornate a Siracusa, e con il benestare della madre che aveva compreso la seria volontà, Lucia si svestì della ricchezza. Ma il promesso sposo pagano, tanto desiderato dalla madre, nel prendere atto della cristianità di Lucia, e così del matrimonio che tra loro non si sarebbe mai celebrato, rimasto offeso, denunciò la giovane all'Arconte Pascasio, accusandola di dare culto a Cristo, e così disobbediente alle norme dell'editto di Diocleziano.
In seguito a quest'atto, Lucia fu arrestata, seviziata e torturata, com'era stabilito dalla legge. Fu portata in un postribolo per subire violenza nella sua verginità, fu legata alle mani ed ai piedi e tirata, fu trascinata da buoi, ma la sua fede la difese e mai l'abiurò. Allora fu cosparsa di pece, resina ed olio, e messa al rogo, ma le fiamme, anziché divampare, si ritrassero. Poi, in ultimo, dato l'ultimo sguardo al cielo, e preannunziata la morte di Diocleziano (305) e la fine delle persecuzioni (con l'Editto di Costantino, 313 d.C., che sanciva la tolleranza religiosa e la libertà di culto), chinò il capo e perse la testa: 13 dicembre 304.
Il giorno della morte è per i santi ed i martiri quello della vera nascita: il "dies natalis", cioè il "giorno natalizio", quando essi rinascono dalla vita terrena.
Sul supplizio di Lucia gli Atti greci si discordano da quelli latini, gli uni affermano la decapitazione, gli altri che fu trafitta al collo con un pugnale. Il Codice Papadopulo concorda con San Gregorio Magno e S. Adelmo: Lucia fu decapitata.

Documenti e Salma

Il più antico documento del culto tributato a S. Lucia è costituito dalla celebre iscrizione di Euschia o Euskia, nome corrispondente a quello di Ombrosa o Ombretta, rinvenuta il 22 giugno 1894 dall'archeologo Paolo Orsi durante l'esplorazioni nelle Catacombe di San Giovanni. L'epigrafe greca, datata al V sec dall' Orsi, e al IV dal Pace, tradotta in italiano, dice:

"Euskia, la irreprensibile, vissuta buona e pura
per anni circa 25, morì nella festa
della mia santa Lucia, per la quale non vi ha elogio
condegno; (fu) cristiana fedele, perfetta, grata al suo marito
di molta gratitudine"

La salma della santa ripose nella sua Siracusa per otto secoli. Nel 1038, il generale bizantino Giorgio Maniace, entrato in città, come in dono alla sua Imperatrice Teodora, ma anche per salvaguardarla dai Saraceni che presero a saccheggio la città, portò la salma a Costantinopoli. Nel 1204, durante la quarta Crociata, Costantinopoli cadde sotto il Doge veneziano Enrico Dandolo. Insieme ad altra "preda bellica", i famosi quattro cavalli di bronzo, il Doge trasferì la salma a Venezia, nella Chiesa di S. Giorgio. Nel 1280 fu nuovamente trasferita nella Chiesa dove a tutt'oggi riposa, quella dei SS. Geremia e Lucia, sempre a Venezia.
Si ricorda, però, anche una seconda versione, secondo la quale il corpo della santa fu prelevato, nell'VIII sec., e portato a Feroaldo, Duca di Spoleto, a Corfinium (l'attuale Pentima), in Abruzzo, dove il Vescovo di Metz l'avrebbe prelevata e portata in Francia. Su questa seconda versione i dubbi sono troppi, anzi, non ve n'è alcuno poiché è stato spiegato che la Lucia in questione non era la siracusana: ci fu un "qui pro quo" per via dell'omonimia.
Certo, è difficile una precisazione storica delle reliquie della santa, resta comunque il fatto che dal 1204 il corpo fu collocato nella Chiesa di S. Giorgio maggiore a Venezia tra le lagune. Uno spaventoso incidente che fece morire non pochi pellegrini, per via di più di un capovolgimento delle imbarcazioni per l'insorgere di un turbine improvviso, spinse il Senato a far spostare la salma in una chiesa di città. Fu così nuovamente spostata la salma nella Chiesa di S. Maria Annunziata, o nella "Nunciata", il 18 gennaio 1280 con solenne processione. Nel 1313 fu consacrata una nuova chiesa in suo nome e lì fu deposta, sempre in città.
Durante i secoli la sua città natale è venuta in possesso solo di alcune reliquie quali frammenti di costole e del braccio sinistro, mentre altri frammenti di corpo sono giunti in Austria, Lisbona, Belgio, Nantes, Roma, Milano, Napoli, Verona, Padova, Montegalda di Vicenza, e a Venezia stessa nelle Chiese di S. Giorgio Maggiore, dei SS: Apostoli, dei Gesuiti, dei Carmini. Nel 1806, in seguito alla soppressione napoleonica, Chiesa e Monastero furono chiusi. La salma fu così portata nella Chiesa di S. Andrea della Zirada. Poco dopo, ritornò indietro.
Divenuto convento d'Austria, nel 1860, dovendosi ampliare la stazione ferroviaria, nella stolida furia distruttiva dell'epoca, fu abbattuta anche la Chiesa di S. Lucia. Il corpo, allora, fu definitivamente portato nella Chiesa parrocchiale di S. Geremia, assumendo così la denominazione di "Chiesa dei SS. Geremia e Lucia". Qui riposa oggi la santa

Il Prodigio e le Curiosità Astronomiche

Vari monasteri sono stati costruiti in suo nome, varie Chiese le sono state dedicate, vari dipinti la ritraggono, e varie statue sono state scolpite. Tra le ultime, va menzionato un simulacro marmoreo, posto ai piedi del sepolcro, a Siracusa, raffigurante "Santa Lucia morente" del fiorentino Gregorio Tedeschi (1634). Coricata sul lato destro, poggia la testa sul Vangelo e reca in mano la palma del martirio.
Questa pregevole scultura è stata oggetto di manifestazione d'intercessione della santa con il Signore. Si ricorda infatti, un "Prodigioso Sudore" in concomitanza con l'assedio della città, all'epoca sotto giogo austriaco.
La testimonianza rilasciata da uno dei Frati del Convento di S. Lucia al Tribunale Diocesano ci racconta che il 6 maggio del 1735, il detto Padre ivi residente, col Vicario dello stesso convento, in compagnia di altri tre Ingegneri Spagnuoli ed un Terziario del Terzo Ordine del P. San Francesco, scendevano nel sepolcro di S. Lucia e notarono tutti un certo splendore del marmo. Si pensò che fosse umidità e la si spostò in altro luogo. L'indomani, tornati gli Ingegneri con il Terziario per proteggere con legni la scultura dalle bombe, notarono nuovamente due cristalli di gocce, uno di loro si avvicinò per asciugarla e s'accorse che "la fronte grondava in gran copia gocciole di sudore come ceci", tutto il resto del marmo era asciutto. La si asciugò, ed "il lavoro non seppe da fare perchè l'ora era tarda e mancavano gli operai necessari a tale fatica". L'indomani, tornati sul posto, la statua seguiva a grondare "da per tutto" un copioso sudore specialmente il volto, che sembrava quello di "un Operaio che trasuda fatiga sotto i raggi del sole in tempo d'estate". Allora fu asciugata con la tovaglia dell'altare ed altre, fu coperta da doppia custodia di tavole e travi ben grossi. Dopo 26 giorni, fu tolta quella custodia di tavole e si trovò la statua asciutta, ed asciutte le tovaglie colle quali era involta. "Perciò ha detto ed attestato quanto di sopra cum juramento fatto, pectore more sacerdotali".
Il 30 del mese di maggio, Siracusa ottenne la pace.
Il suo culto, dapprima localizzato in Sicilia, si diffuse successivamente nel resto d'Italia e in Europa, ed oggi è molto sentito dai paesi del nord dove, nella tradizione popolare, S. Lucia è festeggiata come portatrice della luce, che annuncia la fine delle tenebre invernali: non a caso, infatti, il nome Lucia proviene dal latino "lux" e significa "luce", luminosa, illuminante.
Sembra così spiegata, invece, la corrispondenza del detto popolare "Santa Lucia, il giorno più corto che ci sia" con la realtà astronomica, il più delle volte contraddetta, poiché la corrispondenza dipende principalmente dal fatto che i detti hanno un'origine antica, mentre il calendario, nel corso del tempo, ha subito slittamenti e modifiche tali da produrre profondi sfasamenti tra i fenomeni naturali ed i giorni dell'anno a cui tali fenomeni erano stati collegati.
A seguito del susseguirsi dei calendari: Romano Giuliano, Giuliano, Gregoriano, il giorno più corto dell'anno oggi coincidere con il solstizio d'inverno, 21 o 22 dicembre, a seconda degli anni. Il detto, invece, associa tale evento con la festa di S. Lucia, Poiché v'è un divario di otto, nove giorni tra realtà astronomica ed i giorni del calendario, si può risalire, in maniera abbastanza precisa, al momento in cui il detto fu varato, tale data giunge al 1200. Si suppone quindi che tale detto abbia otto secoli di vita.
Per completezza d'informazione, solo dopo la riforma di papa Gregorio XIII, il calendario cominciò a procedere in perfetta sintonia con i fenomeni astrologici. Egli, infatti, eliminò i giorni di disparità, e per non farlo più arretrare, stabilì che alcuni anni, che sarebbero dovuti essere bisestili, secondo il metodo di Giulio Cesare, non venissero più considerati tali. Più precisamente, egli impose che venissero saltati gli anni bisestili secolari eccetto quelli le cui due prime cifre risultassero divisibili per quattro, quindi il 1600, il 2000, e così via. In questo modo si vennero ad eliminare tre giorni ogni 400 anni, con il conseguente ritorno al passo con i fenomeni astronomici, senza più la necessità di ulteriori ritocchi.

Iconografia

Santa Lucia è anche protettrice della vista ma, da non confondere con la verità certa sulla sua vita, l'auto cecità fattasi per sfuggire al suo pretendente, è più una leggenda che una certezza. L'iconografia risente fortemente dell'episodio dello strappo volontario degli occhi in quanto la santa è raffigurata con una tazza in mano su cui sono posti gli occhi. Altri attributi possono essere una spada oppure anche una tazza da cui esce una fiamma. A Siracusa le stampe popolari riproducono la santa su un fercolo d'argento con un mazzo di spighe in mano, la tazza con gli occhi e un pugnale conficcato in gola. La santa è stata più volte messa in relazione con la dea greca Demetra e con la romana Cerere i cui attributi principali erano il mazzo di spighe e la fiaccola. La simbologia della santa con la "luce" e "la vista", infine, si evince dalla visione cosmologica delle civiltà passate e delle moderne culture contadine in cui s'alternano "leternel retourn", come direbbe M.Eliade, nella ciclicità della vita.

Angela Venditti



 
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